L’editoria non mi piace perché l’editoria se ne frega.
In quest’azienda che mi spiega cosa sia, l’open space ipocrita dove si sussurra dietro i paraventi ed in faccia si salutano, e a tratti schiettamente sclerano senza dire mai affanculo: resta solo da guardare, ché mi salvano, me
…e da essere scaldati dalla mediocrità delle cose fatte a caso che già aleggiano qui intorno: nei pullover mistolana nei riscaldamenti, nella televisione e nella mensa animale, nelle punte multiple del massiccio grosso di ghiaccio che saranno tutti i libri fatti male – ché il consumatore, che si fotta; nella loro inadeguata inesattezza – ed è inumano
davvero, inumano, Restare a Friggersi il Cuore con il caffè e la sigaretta senza un motivo, senza poterle dare aiuto, alla mia idea di qualità, mi nevica del grigio dalla testa
e mi rifiuto. Pranzando da solo. Tuona il mio rifiuto (e non si nota) all’amalgama di questa medietà riflessa nell’organico ballerino – le sue facce milanesi impagliate
…nella forza d’una sociopatia sempre meno strisciante io mi faccio un po’ eremita e non mi accorgo: che non voglio condividerla, quest’aria da schizzinoso, vergognandomi dell’individualità e dello sfregio
[della intelligenza]
dove il silenzio è ognuno sciolto a velenetto nei bicchieri di plastica caldi di rumore, di fervore, di chiacchiere e biascicare: dai pianti della cassa integrazione si leva la soglia residua d’umanità che mormora e diafana dissolve
la spersonalizzazione è una farsa e l’eccellenza e l’attenzione
perché stanno tutti bene dietro quello che non scrivono e non leggono e non vivono (e fa schifo).
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